Perfect Days di Wim Wenders e il concetto di Ombra in Jung
Quando guardo un film che mi colpisce particolarmente mi piace andare a curiosare online e leggere un po’ di recensioni a riguardo. E’ quello che ho fatto anche recentemente dopo aver visto Perfect Days di Wim Wenders. L’impressione che ho avuto è che la critica si sia divisa sostanzialmente in due: da una parte c'è chi ha esaltato il film e ci ha letto un elogio ad uno stile di vita semplice e contemplativo, e dall'altra chi considera questa lettura troppo edulcorata e miope, trovando invece che il protagonista rappresenti una persona dissociata dalla realtà, ossessiva e socialmente isolata. Riflettendoci un pò, mi sono trovata piuttosto in disaccordo con entrambe le opinioni e forse è anche per questo motivo che ho deciso di scrivere i miei pensieri a riguardo. A me personalmente la visione del film ha fatto venire in mente Jung e il suo concetto di "Ombra".
Perfect Days è un film che ci porta all'interno della vita un uomo che lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo. Il progetto iniziale prevedeva che il regista Wim Wenders realizzasse un documentario per promuovere il Tokyo Toilet Project, un'iniziativa dell'amministrazione del quartiere di Shibuya per ridisegnare i bagni pubblici della zona tramite il coinvolgimento di celebri architetti. Il regista, dopo i primi sopralluoghi, propose di modificare il progetto e di realizzare un lungometraggio di finzione. Chissà se è proprio per questo motivo che il film ci mostra da molto vicino e con un taglio quasi documentaristico come Hirayama, il protagonista, trascorre le sue giornate. La pellicola segue un ritmo lento e cadenzato, i giorni si susseguono uno dietro l'altro, dall'alba, meravigliosamente rappresentata con ampie vedute del sole che sorge sopra i grattacieli di Tokyo, fino al momento in cui il protagonista srotola il suo futon e legge qualche pagina di un libro, prima di spegnere la luce e mettersi a dormire.
A questo punto succede qualcosa di diverso, sullo schermo appaiono frammenti di scene in bianco e nero, sconnessi e sfocati. Capiamo subito che si tratta della rappresentazione visiva dei sogni di Hirayama. Una curiosità: le scene dei sogni sono state interamente realizzate da Donata Wenders, fotografa e moglie del regista, una scelta interessante che ha l'effetto di rimarcare il contrasto tra il giorno e la notte, tra il conscio e l'inconscio. Una delle prime di queste immagini oniriche mostra una pagina scritta in lingua giapponese, di cui viene messo in luce un singolo ideogramma che significa "ombra". Ed ecco che Jung inizia a fare capolino nella mia mente.

Secondo Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicoanalisi, l’Ombra è uno degli archetipi fondamentali e corrisponde ad una parte inconscia presente in ogni persona. Rappresenta il lato animale degli esseri umani, quello in cui risiedono gli istinti più primitivi e primordiali, ma anche le emozioni primarie come la paura, la rabbia, la gioia, la tristezza e il disgusto. Si può dire quindi che sia l'Ombra quella parte di noi che custodisce la saggezza dell'istinto, ma anche il proprio "lato oscuro". E' lì che risiede infatti tutto ciò che abbiamo rimosso, negato, lasciato fuori dall’immagine che vogliamo avere di noi stessi/e. Nasce quando entriamo nel mondo e impariamo, in modo più o meno consapevole, a mostrare solo alcuni aspetti della nostra persona, quelli considerati positivi e accettabili, e a nasconderne altri: paure, desideri, parti fragili, ma anche rabbia, aggressività e bisogni inconfessabili. Si tratta quindi dei contenuti che il mondo intorno a noi e la nostra esperienza ci hanno insegnato a nascondere e reprimere, perchè intollerabili o troppo dolorosi. E così una persona può identificarsi come calma e ragionevole, e rimuovere la propria rabbia. Può costruirsi una vita autonoma e indipendente e seppellire il bisogno di essere amata. Può diventare efficiente, gentile, ordinata, e perdere contatto con il dolore che quella forma protegge.
Ma ha senso rinunciare alla propria Ombra?
Jung ci dice che "l’Ombra è parte viva della personalità e con questa vuol vivere sotto qualche forma". Nella prospettiva junghiana lo sviluppo psicologico di una persona avviene attraverso il processo di individuazione, che ha come obiettivi la differenziazione della propria personalità e la realizzazione individuale. Per ambire a ciò è necessario riconoscere ogni parte vera e autentica di sè, anche e sopratutto la parte di Ombra, e integrarla. Integrazione non significa mettere in atto ogni impulso, ma smettere di proiettare fuori ciò che ci appartiene, imparare a nominarlo e lasciargli uno spazio nella coscienza. Se questo processo è bloccato, l'Ombra cercherà altri canali di comunicazione per veicolare i suoi preziosi messaggi. Possono essere i sogni, ma può essere anche il corpo. I sintomi psicosomatici, in questa prospettiva, sono proprio un modo che il nostro inconscio trova per comunicarci emozioni e bisogni che la mente cosciente rifiuta di integrare.
Il film sviluppa il tema dell'ombra all'interno di tutta la narrazione. A livello visivo, i giochi di luce e ombra sono magnificamente rappresentati sia nella fotografia che nelle scenografie. Li ritroviamo perfino in uno dei più stupefacenti tra i bagni pubblici che il nostro protagonista pulisce con cura e precisione, che quando è libero ha le pareti in vetro colorato e trasparente, e quando è occupato diventa opaco come per magia. E ovviamente nel "komorebi", parola giapponese che indica la luce del sole che filtra tra le foglie, che Hirayama fotografa ogni giorno, stampa e archivia con la precisione di un ricercatore scientifico.

Anche nella trama ci sono aspetti della vita del protagonista che vengono messi in risalto, mentre altri rimangono volutamente in ombra. La cinepresa segue il protagonista in tutti i suoi spostamenti giornalieri, anche nel momento in cui va a lavarsi nel bagno pubblico, ma in realtà non sappiamo molto di lui e della sua storia. La sensazione è quella di essere vicini a lui ma allo stesso tempo distanti. La stessa distanza a cui sembrano restare tutti gli altri personaggi del film, con cui lo vediamo scambiare pochissime parole, qualche rispettoso cenno di assenso con il capo, a volte un sorriso. Come dice il personaggio di Takashi, il giovane collega di Hirayama, presentandolo alla sua ragazza: "bravo lavoratore ma non un gran chiacchierone, tipo che non so nemmeno come sia la sua voce".
L'arrivo di Niko, la giovane nipote di Hirayama, funge da catalizzatore della narrazione in questo senso, ne altera il ritmo, così come altera la routine del protagonista. Apre inoltre un piccolo spiraglio di luce sulla sua storia familiare: una sorella molto diversa da lui, che non sembra comprenderlo né condividere le sue scelte di vita, e un padre che, ormai anziano, non si comporta più come prima, detto proprio dalla sorella in un modo che ci fa intuire che non si comportasse certo bene in passato. La scrittura del personaggio sembra però non voler ridurre la sua storia a quella di un trauma, e in un certo senso ne rispetta la sua caratteristica riservatezza. Rispetta i suoi tempi, il ritmo del suo processo di ricerca.
Si, perchè Perfect Days a mio parere parla proprio di questo, di un lento e delicato processo di ricerca e conoscenza di se'. Il film ci invita a osservare i movimenti esterni (e interni) del protagonista. E' un invito sussurrato tra i fruscii delle foglie al vento e la magistrale e commovente colonna sonora che accompagna Hirayama nel suo van in giro per la città. "Sometimes I feel so happy, sometimes I feel so sad" cantano i Velvet Underground in una scena del film. La musica svolge una funzione narrativa, è come uno specchio su cui si riflettono i vissuti interiori e le emozioni del protagonista. I brani scelti, inoltre, sono tutti risalenti a un determinato periodo storico, quello tra gli anni '60 e '70. Uno dei tanti indizi che troviamo all'interno del film che ci riportano al passato. Anche se il film è ambientato ai giorni nostri, infatti, Hirayama sembra ancora vivere in un passato analogico, in cui riavvolge le musicassette, porta a stampare i rullini fotografici e crede che Spotify sia un negozio fisico che si trova da qualche parte. Ma come insegna lui stesso alla nipote "un'altra volta è un'altra volta, mentre adesso è adesso".

Per tornare alle diverse opinioni che ho letto riguardo a Perfect Days, immagino che ogni spettatore o spettatrice possa aver provato sensazioni diverse durante e dopo la visione. Io personalmente mi sono ritrovata a pensare che anche io vorrei vivere come Hiryama. Perchè quando il futuro appare incerto, il passato diventa un rifugio confortevole e affascinante. Allo stesso modo anche le abitudini e i rituali ci possono aiutare a costruire un senso di stabilità e sicurezza, che è uno dei bisogni fondamentali dell'essere umano, e ci forniscono un appiglio in un mondo sempre più veloce e frenetico. Tuttavia, vivere con lo sguardo rivolto all'indietro rischia di cristallizzarci, bloccando la nostra crescita emotiva e allontanandoci da una piena realizzazione di sé. Il rischio è che queste abitudini diventino gabbie rigide: un controllo eccessivo non protegge, ma imprigiona, soffocando l'imprevisto e precludendoci la bellezza della novità.
Come trovare il giusto equilibrio?
Il film suggerisce alcune possibili risposte a questo interrogativo. In una delle scene finali, a mio parere tre le più poetiche e significative, il protagonista si ritrova a guardare, in modo diretto e piuttosto letterale, la propria ombra. L’ombra materiale, visibile, diventa la metafora perfetta dell'Ombra archetipica di cui parla Jung. Guardare la propria Ombra, ovvero le proprie parti più vulnerabili e nascoste, significa concedersi un pieno ascolto di sè e delle proprie emozioni, che ci forniscono informazioni preziose su di noi e sulle nostre preferenze, e così facendo, ci guidano proprio come una bussola attraverso il cammino della nostra vita e ci aiutano a mantenere, o a ritrovare, il proprio equilibrio.
Con umiltà e coraggio, possiamo quindi osservare la nostra Ombra, che si manifesta anche in momenti concreti: una reazione sproporzionata, il bisogno di controllare tutto, la tendenza a scomparire quando una relazione diventa intima. Possiamo provare a chiederci quali parti di noi vogliamo tenere al sicuro attraverso l’ordine, o quali emozioni consideriamo incompatibili con l’immagine che vogliamo mostrare. Dando un nome a un’emozione, ammettendo un bisogno, o restando presenti quando una parte scomoda emerge, restiamo in contatto con la nostra Ombra e quindi in ascolto con la parte più autentica di noi, anche se spesso è la più scomoda e la più imperfetta. Perché una vita davvero nostra non nasce dalla perfezione dei giorni, ma dalla possibilità di abitarli interamente, con la luce e con l’ombra.
Ma c'è un altro aspetto che ho trovato estremamente interessante nella scena in cui Hirayama guarda la sua ombra: il suo stupore nel constatare che essa, sommata all'ombra di un'altra persona, non diventa più scura. Ed è qui che forse riusciamo a comprendere qualcosa in più del personaggio, ovvero che la distanza a cui si teneva dalle altre persone, forse non era altro che paura. Paura che la sua Ombra, che da solo ha imparato a conoscere e gestire, potesse diventare forse troppo profonda se combinata con l'oscurità altrui, e che quindi le relazioni possano farci sprofondare, causarci sofferenza. Rompere quell'equilibrio apparentemente perfetto che tanto abbiamo faticato per costruirci.
Wim Wenders ci mostra invece una verità psicologica fondamentale: l'incontro con l'altro non raddoppia il buio, ma lo accoglie. Entrare in contatto con l’Ombra, per quanto spaventoso, si rivela un momento catartico. È l'istante esatto che ci libera dalle nostre rigide difese e ci ricorda che siamo vivi, interi e vitali. Accettando le nostre parti d'ombra, all’improvviso ci riscopriamo capaci di fare spazio alla luce: ricordiamo a noi stessi che possiamo ancora giocare, coltivare relazioni autentiche, provare passione e, chissà, magari anche amore.
Sembra essere questo che ci comunica il primissimo piano di Hirayama nella scena finale, che forse da sola ha valso a Kōji Yakushoil il premio come miglior interpretazione maschile a Cannes. Un lungo e intenso piano sequenza accompagnato dalla stupenda voce di Nina Simone che canta di sensazioni, di libertà e di nuovi inizi.

Commenti